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A forza di essere vento Gennaio 11, 2008

Posted by 0mrt0 in arte, intervallo, ricordi.
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Sono passati 9 anni ormai. Ricordo che mi alzai tardi, ora di pranzo, dal letto.
Mio padre mi disse “E’ morto De Andrè”. Ero in Sardegna, la mia isola e la sua adottiva. Viveva lì, a pochi chilometri da me.
Mi aveva da poco lasciato il suo ultimo lavoro, uno dei più belli, dei più complessi e dei più raffinati. Che ho aspettato per 6 anni.
Lo consumo ancora, come tutti gli altri.
Quindi gli devo un ricordo, almeno.

Evaportato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, se mi vuoi bene piangi per essere corrisposto

pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra

[...]

tentò la fuga in tram
verso le sei de mattino
dalla bottiglia d’orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina

[...]

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali

[...]

E il pasticciere e il poeta e il paralitico e la sua coperta
si ritrovano sul molo con sorrisi da cruciverba
a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi
e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi
e si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni
contro ogni sorta di naufragi e di altre rivoluzioni
e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni

[...]

io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore

alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

[...]

E a ’ste panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi
E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.

trad:
E a queste pance vuote cosa gli darà
cose da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelle di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticcio in agrodolce di lepre di tegole.
E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.

[...]

Ma senza che gli altri ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l’amore per amore
o per avercelo garantito,
andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,
continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai

[...]
poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

[...]

“Quattro anni di Sardegna vuol dire come minimo, se uno ci vive dentro, insieme, imparare il dialetto. Allora mi sono permesso di scrivere ’sta roba qua: si chiama Zirichiltaggia, che vuol dire lucertolaio. È un litigio fra due pastori per questioni di eredità”

Ma me muddèri campa da signora a me fiddòlu cunnosci più di milli paràuli
la tòja è mugnedi di la manzàna a la sera e li toi fiddòli so brutti di tarra
e di lozzu e andaràni a cuiuàssi a a calche ziràccu.

Mia moglie vive da signora e mio figlio conosce più di mille parole
la tua munge da mattina a sera e le tue figlie sono sporche di terra
e di letame e andranno a spostarsi a qualche servo pastore.

Candu tu sei paltutu suldatu piagnii come unu stèddu
e da li babbi di li toi amanti t’ha salvatu tu fratèddu
e si lu curàggiu che t’è filmatu è sempre chiddu
chill’èmu a vidi in piazza ca l’ha più tostu lu murro
e pa lu stantu ponimi la faccia in culu.

E tu quando sei partito soldato piangevi come un bambinetto
e dai padri delle tue amanti t’ha salvato tuo fratello
e se il coraggio che ti è rimasto è sempre quello ce la vedremo in piazza
chi ha la testa dura e nel frattempo mettimi la faccia in culo


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